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Cronache giudizial-elettorali Stampa E-mail
Scritto da Beppe Vicari   
giovedě 22 marzo 2007
ImageLa grande offensiva di primavera è chiaramente cominciata. I paladini nella lotta antimafiosa manovrano le truppe, lavorano di intelingence, utilizzano le armi non convenzionale dei mass-media. Nell’era Berlusconi si parlava poco di mafia ed antimafia ma si agiva molto, tanti arresti anche eclatanti, diversi risultati ottenuti attraverso una maggiore qualificazione del personale ed una maggiore dotazione di nuovi strumenti di indagine; i risultati ci sono stati grazie al lavoro serio e concreto, senza annunci, senza veleni, senza contrapposizioni di sorta. In epoca prodiana, al contrario, si assiste alla lite continua tra organi della magistratura, strane prassi in commissioni legislative, anomali convegni per stabilire metodi di lotta di legislatura contro la Mafia, filmografia e documentaristica in abbondanza, trasmissione giornalistiche un giorno sì ed uno no.
Da quando Grasso ha lasciato la Procura di Palermo ed è stato sostituito da Messineo non passa giorno che il conflitto tra i due non registri una novità. Non è certamente un bello spettacolo, sicuramente nuoce alle stesse istituzioni e conseguentemente giova alla controparte criminale. La domanda sorge spontanea: ma allora i capimafia intercettati dentro il Box che auspicavano una determinata nomina al posto di Grasso, millantavano o no? E se millantavano lo facevano anche per i politici o solo per i magistrati? Che i Mafiosi - oltre che piazzare propri uomini nella politica - lo abbiano fatto anche in Procura, magari facendo studiare giurisprudenza a qualche loro prescelto per un futuro da Procuratore della Repubblica?
I lavori in commissione antimafia procedono tra le audizione dei vari procuratori, prefetti e questori, si lavora sulla normativa in materia di confisca dei beni, si cerca di uscire dal pantano delle assegnazioni degli immobili attraverso una specifica agenzia, si parla anche della normativa sullo scioglimento degli enti locali che abbisogna di una revisione decennale: senonché è questione che prima deve passare al vaglio della Commissione Affari Costituzionali (di cui Violante è Presidente che di Mafia è competente).
Si disquisisce sul da farsi ed i commissari chiedono lumi agli uditi, e via con proposte, supposte e contrapposte idee ma alla fine come per tutte le commissioni antimafia della storia repubblicana, il parlamento non discuterà una relazione finale né tanto meno si riuscirà a ripristinare il Primato della Politica sui territori controllati dalla Mafia.
Agli inizi di gennaio a Palermo si è tenuto un convegno, una sorta di Stati generali dell’antimafia il cui comunicato stampa all’inizio recita: “Davanti ad una mafia che cambia volto servono nuove strategie di contrasto da parte dello Stato e della società civile”. Testo unico delle norme antimafia, riforma del 41 bis, snellimento dell’iter che porta all’assegnazione dei beni confiscati, adozione di un codice etico in politica e anagrafe dei conti correnti. Sono solo alcune delle priorità emerse durante l’incontro su “Idee e proposte per la legislatura contro le mafie”.
Nei palinsesti televisivi sono sbarcate le produzioni che hanno per tema la mafia e chiaramente dopo i successi ottenuti dagli investigatori con gli arresti dei vari capi (che sono come i funghi), gli spunti scenografici non sono mancati.
In particolare, nell’offensiva contro il centrodestra sembrano in auge i Film-Documentari (in stile Deaglio, per capirci), di ferma scuola Santoriana; gli scenografi intercalano a ricostruzioni fittizie, interviste e intercettazioni ambientali.
Le stelline antimafiose della TV come Lumia e Vizzini sono di continuo sugli schermi televisivi a teorizzare codici etici di comportamento politico, sistemi binari di giustizia per mezza Italia ed idiozie varie; mai nessuno di tal specie abbia sostenuto l’importanza dell’abolizione della preferenza come strumento di lotta al voto di scambio; sono forse consci che l’essere ombrello protettivo paghi in termini elettorali? Ma loro si chiedono perché hanno sèguito? Credono veramente che il loro consenso sia per le battaglie contro la mafia? Oppure le auto blindate, le scorte, la inavvicinabilità e l’intoccabilità costituiscono paravento per doppiogiochisti che si infiltrano nelle loro file?
Fatte queste brevi riflessioni passeremo ad esaminare il bollettino di guerra nel fronte palermitano delle amministrative di primavera.

PALERMO (Reuters) - Il presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro (Udc) potrebbe finire nuovamente sotto inchiesta. Il procuratore di Palermo, Francesco Messineo, ha infatti controfirmato la richiesta al gip di riaprire le indagini su Cuffaro per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Lo hanno riferito fonti giudiziarie. L'accusa nei confronti di Cuffaro, che ha sempre negato ogni addebito, era stata formulata in precedenza ed archiviata in passato su richiesta della stessa Procura, all'epoca guidata da Piero Grasso.
La stessa Procura aveva chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio di Cuffaro per rivelazione di segreto e favoreggiamento aggravato di Cosa Nostra nell'ambito del processo per le "talpe" all'interno della Direzione distrettuale antimafia.

PALERMO (Adnkronos) - Il rinvio a giudizio dell'ex deputato regionale siciliano di Forza Italia, Giovanni Mercadante, 60 anni, e di altre 72 persone, tra cui il boss mafioso Bernardo Provenzano e di quattrodici commercianti cinesi e' stato chiesto dalla Dda di Palermo al giudice per le indagini preliminari del Tribunale del capoluogo siciliano. La richiesta del processo arriva a conclusione dell'indagine denominata 'Gotha', coordinata dai pm della Dda, Maurizio de Lucia, Michele Prestpino, Domenico Gozzo, Roberta Buzzolani e Antonino Di Matteo e dal Procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone, che lo scorso anno porto' in carcere 74 persone, ritenute fiancheggiatori del boss latitante Provenzano prima della sua cattura. La posizione di uno degli indagati, Antonino Cina', ritenuto capomandamento della famiglia mafiosa di San Lorenzo, e' stata stralciata nei mesi scorsi.
Secondo i magistrati, l'ex deputato Mercadante, in carcere dal luglio di un anno fa per associazione mafiosa, avrebbe fatto "parte integrante di Cosa nostra". Ad accusare il medico sono soprattutto alcuni pentiti di mafia secondo i quali, Mercadante sarebbe stato "al servizio dei boss corleonesi, prima di diventare punto di riferimento dei capi mafia anche come politico".

PALERMO (Adnkronos) - L'ex ministro Calogero Mannino si e' dimesso da presidente del Cerisdi, il Centro ricerche e studi direzionali della Regione siciliana. Alla base della decisione annunciata dallo stesso Mannino oggi al Consiglio di Amministrazione il mancato rilascio da parte della prefettura del certificato antimafia.
"Le dimissioni - dice Mannino - sono determinate dal senso di opportunita', che avverto in modo pressante, rivolto ad evitare pregiudizi allo svolgimento dell'attivita' del Cerisdi stesso. Infatti gli uffici della Prefettura di Palermo non hanno rilasciato la liberatoria ai sensi della liberatoria antimafia. Il provvedimento - precisa l'ex ministro democristiano - e' stato impugnato essendone palese l'infondatezza ai sensi delle disposizioni di legge che regolano la materia. Tuttavia preferisco evitare che la giusta resistenza personale arrechi un semplice turbamento all'attivita' del Cerisdi, che e' stata rilanciata per la mia paziente e tenace azione ricostruttiva svolta in pochi mesi".
Mannino, che e' a capo del Centro studi dagli inizi del 2006, ricorda anche come il Cerisdi rischiava la messa in liquidazione, evitata grazie ad un'azione di "risanamento con tagli di spesa, con economie di gestione, con una razionalizzazione di servizi e l'avvio di una qualificata attivita' di formazione".

PALERMO (Adnkronos/Ign) - Massimo Ciancimino, imputato per riciclaggio e reimpiego di denaro, è stato condannato a 5 anni e 8 mesi di reclusione. La sentenza è stata emessa dal gup del Tribunale di Palermo, Giuseppe Sgadari, che ha anche condannato l'avvocato Gianni Lapis, imputato per intestazione fittizia di beni, a 5 anni e 4 mesi di reclusione, l'avvocato Giorgio Ghiron, accusato di riciclaggio e reimpiego di denaro, a 5 anni e 4 mesi, mentre la vedova di Vito Ciancimino, Epifania Scardino, è stata condannata a un anno e 4 mesi per intestazione fittizia di beni, pena sospesa.
Il gup del Tribunale di Palermo ha inoltre dichiarato Massimo Ciancimino e Giorgio Ghiron interdetti dai pubblici uffici per la durata di 5 anni, ha condannato Ciancimino e Gianni Lapis, in solido, al risarcimento del danno arrecato alle parti civili costituite, da liquidarsi in separato giudizio, al pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva pari a 50mila euro per ciascuna di esse, nonché alle spese processuali sostenute dalle parti civili.
Sempre il gup ha ordinato la confisca dei beni indicati nei decreti di sequestro preventivo. Il deposito della sentenza è indicato in 90 giorni. Massimo Ciancimino rimane agli arresti domiciliari. "Mi aspetto una sentenza che lasci fuori i pregiudizi nei confronti del mio cognome" aveva detto il figlio dell'ex sindaco di Palermo prima della lettura del dispositivo. Secondo l'accusa Ciancimino avrebbe riciclato il 'tesoro' illegale del padre. Per lui l'accusa aveva chiesto la condanna a 8 anni e 8 mesi di carcere.
"E' una sentenza che non condivido ma che rispetto - ha commentato uno dei suoi legali, Maurizio Mangano -. Mi riservo di leggere i motivi della sentenza e ricorreremo in Appello".
Un secco 'no comment' invece dai pm della Dda di Palermo Michele Prestipino, Roberta Buzzolani e Lia Sava. La sentenza, nel processo con il giudizio abbreviato, è stata emessa a porte chiuse.

PALERMO - (Adnkronos) - La condanna a cinque anni di carcere, piu' un anno di liberta' vigiliata, sono stati chiesti dai pm della Dda di Palermo Massimo Russo e Roberto Piscitello per l'ex senatore del Psi, Pietro Pizzo, processato davanti al tribunale di Marsala (Trapani) con l'accusa di voto di scambio. Secondo l'accusa, l'ex parlamentare nel 2001 avrebbe versato 100 milioni di vecchie lire alla locale famiglia mafiosa in cambio di mille voti per il figlio Francesco, allora candidato all'Assemblea regionale siciliana, che poi non fu eletto per pochi voti.
L'ex senatore Pizzo venne arrestato il 29 aprile del 2004 nell'ambito dell'operazione 'Peronoespera II' condotta dalla Squadra mobile di Trapani. Pietro Pizzo nel 2001 era presidente del Consiglio comunale di Marsala, carica dalla quale si dimise. Nell'ambito dello stesso processo che si celebra davanti al Tribunale di Marsala sono imputate altre dieci persone, accusate a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, incendio, intestazione fittizia di beni e traffico di droga.
Per loro, i pubblici ministeri hanno chiesto otto condanne e due assoluzioni: otto anni ciascuno per i fratelli Giacomo e Tommaso Amato, fino al gennaio del 2000, quando si concluse la loro latitanza, braccio armato della famiglia mafiosa di Marsala; nove anni sono stati chiesti per Pietro Centonze, 8 per Luigi Scoma, 6 per Gaspare Genna, 4 a testa per Giuseppe Tumbarello e Nicolo' Prinzivalli e 3 per Giuseppe Marino (accusato del furto della cassaforte dell'ex Inam). L'assoluzione, infine, e' stata chiesta per Michele Piccione e per il figlio di Pizzo, Francesco.

PALERMO. Il pubblico ministero di Palermo, Gaetano Paci, ha chiesto 75 anni di carcere per gli otto imputati al processo in cui è coinvolto anche il deputato nazionale di Forza Italia, Gaspare Giudice, che risponde anche di associazione mafiosa.
Per quest’ultimo il pm ha chiesto la pena più alta, 15 anni, “calibrandola” più sul reato di estorsione che su quello di associazione mafiosa. Per Giudice ci sono anche le contestazioni di bancarotta e riciclaggio aggravati. Tredici anni sono stati proposti per il presunto reggente della famiglia mafiosa di Villabate, Antonino Mandalà; 10 anni per l’imprenditore Salvatore Catanese; 9 per Cosimo Parrinella, anch’egli costruttore; stessa pena per Carlo Sorano. A sei anni e mezzo ciascuno il pm chiede di condannare Gaspare Bazan e Giuseppe Panzeca; a 5 anni e mezzo Dario Lo Bue. Il pm Gaetano Paci ha pronunciato le sue richieste, dopo un processo protrattosi per circa otto anni, davanti alla terza sezione del Tribunale di Palermo, presieduta da Angelo Monteleone. Le accuse, a vario titolo, vanno dall’associazione mafiosa al riciclaggio, dalle estorsioni al traffico droga, alla turbativa d’asta e alla bancarotta. Giudice, secondo la Procura, avrebbe fatto gli interessi della cosca mafiosa di Villabate attraverso alcune società nautiche.
Ci fermiamo qui avendo riportato uno spaccato parziale del bollettino di guerra. Ci scusiamo con i lettori per la parzialità degli argomenti trattai e per il ristretto numero di casi riportati.
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