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Macché norma “anti-precari”! Quell’emendamento era forse tecnicamente intempestivo e poco organico, eppure costituiva un contributo di buon senso: è assurdo che eventuali violazioni nella disciplina dei contratti a termine prevedano come sanzione l’assunzione forzosa a tempo indeterminato, soprattutto quando derivano da infrazioni puramente “burocratiche” di una normativa difficile da interpretare e applicare.
Non era, poi, una misura “contro i precari” (tranne i furbi di alcune aziende pubbliche o parapubbliche che passano il tempo ad accumulare vere o false prove di violazioni, in vista “della causa”) perché avrebbe agevolato il ricorso ai contratti a termine, più tutelati di altre forme transitorie. Posto che i limiti di durata complessiva dei contratti a tempo determinato sarebbero rimasti comunque inalterati, avremmo messo in discussione una norma che una giurisprudenza irresponsabile ha reso una trappola per le imprese, senza accrescere il potere contrattuale dei lavoratori.
Nessuno pensa che l’economia di un paese, che ambisce a restare nel novero di quelli più avanzati, si possa basare sul peggioramento della condizione di lavoro e di reddito degli occupati “dipendenti”. Ma proprio per questo sono necessarie maggiore deregolamentazione e libertà contrattuale, abbandonando la visione paternalista di imprenditori senza scrupoli e lavoratori incapaci di badare a se stessi. Un contratto a termine è un contratto a termine: lo si accetta oppure no, ma non può diventare uno strumento attraverso il quale il lavoratore si impossessa del “posto” a dispetto della volontà e delle esigenze del datore di lavoro (sarebbe invece comprensibile che, a parità di altre condizioni, il contratto a termine rendesse di più al lavoratore in termini di retribuzione o di contribuzione, per remunerare l’assenza di stabilità).
Ad ogni modo, il Governo ha scelto comprensibilmente di derubricare l’emendamento ad intervento salva-Poste. E’ probabile che questa, in fondo, fosse l’intenzione di chi lo ha presentato: evitare un disastro nei bilanci e nell’organizzazione aziendale della società pubblica, a spese del contribuente.
Ciò detto, lo “scandalo” è stato quantomai opportuno, perchè ha restituito centralità al dibattito sul mercato del lavoro e sul sistema di garanzie contrattuali e extracontrattuali.
Il famigerato emendamento ha aperto un fronte di discussione su cui, mi auguro, costruire una riforma organica, che preveda sanzioni pecuniarie commisurate alla gravità delle violazioni e - soprattutto - che sostituisca l’obbligo di reintegro col pagamento di un indennizzo monetario, come avviene ormai in buona parte d’Europa.
A questo proposito, sarebbe bene riaprire la questione dell’articolo 18. Personalmente non ho cambiato idea: questa norma è alla base del dualismo nel mercato del lavoro, scoraggia le assunzioni e la crescita delle imprese, istituisce un incentivo normativo al lavoro a termine e, per dare razionalità al mercato, impone di moltiplicare le eccezioni anziché riformare la regola. Con spirito pragmatico, sarebbe opportuno affrontare la questione. Se la maggioranza lo facesse, Ferrero si fregherebbe le mani ma le difficoltà sarebbero più per il PD che per il Governo. Giuliano Cazzola ed io abbiamo presentato un disegno di legge in questa direzione: sia data la possibilità ai datori di lavoro che subiscano una sentenza negativa di scegliere tra il reintegro o un robusto indennizzo per il lavoratore licenziato (come è consentito, del resto, al lavoratore vittorioso in giudizio). Scommettiamo che aumenterebbero i contratti standard e diminuirebbero “i precari”?
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